Strategie di riduzione dei danni
Situazione attuale, censimento e monitoraggio
Se consideriamo un arco temporale che parte dalla fine del secondo conflitto
mondiale ad oggi, è possibile osservare una forte espansione, numerica e
spaziale, delle popolazioni di cinghiale (Sus scrofa) in tutta l’Europa centrale
e occidentale (Melis et al., 2006; Moretti, 1995; Neet, 1995; Baubet, 1998;
Marsan et al., 1995; Boitani et al., 1995; Mazzoni della Stella et al., 1995;
Onida et al., 1995; Peracino e Bassano 1995; Gethöffer et al., 2007;
Sodeikat e Pohlmeyer, 2002; Acevedo et al., 2006; Saenz de Buruaga et al.,
1991; Herrero et al., 1995; Nores et al., 1995; Fruzinski, 1995; Csányi 1995).
Le ragioni della crescita della popolazione non sono acclarate e definitive ma
si possono ricondurre alla scarsità o all'assenza di predatori naturali come il
lupo (Canis lupus) (Mattioli et al. 1995) e la lince (Lynx lynx) (Nores et al. Op.
Cit.), ai profondi cambiamenti del paesaggio che, in Italia come in tutta
Europa sono da ascrivere alla intensificazione delle pratiche agricole ed in
particolare alla monocoltura del mais su grandi superfici (Fruzinski op. cit.);
all'abbandono della zootecnia tradizionale che ha reso disponibili risorse
trofiche prima precluse al cinghiale dal pascolo gestito (Saenz de Buruaga et
al. op. cit., Nores et al. op. cit.) ed in fine, come ad esempio in Italia, il
cinghiale ha beneficiato del rimboschimento delle zone collinari e montane a
seguito dell’abbandono da parte dell’agricoltura di numerose zone di collina e
di montagna.
Inevitabilmente, l'aumento incontrollato delle popolazioni del suide ha
provocato numerosi motivi di conflittualità con l’uomo ed in particolare si è
reso responsabile di un aumento dei danni alle colture (Macchi et al., 1995;
Onida et al., op. cit., Schley e Roper, 2003). Il cinghiale è una specie
onnivora, il cui regime alimentare di solito consiste in frutti di bosco come
ghiande, faggiole, nocciole e castagne, bacche, radici, tuberi, bulbi, larve di
insetti, lombrichi e altri invertebrati e piccoli vertebrati come anfibi, rettili,
roditori e uccelli o anche carogne (Genov, 1981; Dardaillon, 1987; Onida et
al. op. cit.; Groot e Bruinderink Hazebroek, 1994; Fournier-Chambrillon et al.,
1995; Asahi, 1995; Baubet et al., 2003; Gómez et al., 2003; Schley e Roper
op. cit.). La specie completa la sua dieta, tra le altre cose, con mais, vari
cereali, e uva (Schley e Roper op. cit.; Onida et al. op. cit.) e provoca danni a
prati e pascoli con il grufolamento rivoltando la terra in cerca di invertebrati
del suolo (Gallo Orsi et al., 1995; Onida et al. op. cit.; Baubet et al. op. cit.),
entrando in conflitto con le attività antropiche.
La gestione della fauna selvatica deve essere basata sulla conoscenza dei
parametri di popolazione come il numero degli effettivi e la loro struttura
demografica (Andrzejewski e Jezierski, 1978; Geisser e Reyer, 2005; Genov
et al., 1994; Gethoffer et al., 2007; Mitchell et al., 2007; Sabrina et al., 2009;
Miller et al., 1997; Waithman et al., 1999; Sweitzer e Van Vuren, 2002). La
stima della consistenza del cinghiale è spesso basata sui dati cinegetici.
Questi metodi sono però molto imprecisi e hanno dimostrato che spesso non
possono correttamente stimare le dimensioni di un popolazione (Monaco et
al., 2003).
Come in altri paesi europei, anche in Italia negli ultimi decenni il cinghiale
(Sus scrofa) ha notevolmente ampliato il proprio areale, dimostrando una
grande adattabilità alle condizioni ecologiche più varie. Tra gli Ungulati
italiani esso riveste un ruolo del tutto peculiare, sia per alcune intrinseche
caratteristiche biologiche (si pensi ad esempio ai tassi potenziali di
accrescimento delle popolazioni), sia perché è indubbiamente la specie più
manipolata e quella che desta maggiori preoccupazioni per l’impatto negativo
esercitato nei confronti di importanti attività economiche.
L’evoluzione dell’areale distributivo del cinghiale nel nostro Paese è stata
caratterizzata da un andamento sorprendente, tanto per l’ampiezza dei nuovi
territori conquistati quanto per la rapidità con cui il fenomeno si è verificato.
Nel giro di circa trenta anni, infatti, l’areale si è più che quintuplicato,
interessando interi settori geografici ove il cinghiale mancava da molti
decenni, se non da secoli, creando di conseguenza un crescente interesse
venatorio per la specie, ma una condizione nuova e difficilmente
controllabile, in particolar modo nelle aree intensamente sfruttate dal punto di
vista agricolo dove l’effetto negativo si è concretizzato in un progressivo
aumento dei danneggiamenti alle colture.
L’impreparazione tecnico-politica, ha aggravato in maniera considerevole il
fenomeno poiché, principalmente tra gli anni ’70 e 80 del novecento, non si è
stati in grado di dare la giusta importanza al fenomeno dell’espansione
demografica dell’ungulato. Un’approssimativa stima quanti-qualitativa delle
popolazioni colonizzatrici, un’inadeguata applicazione delle politiche di
gestione (ripopolamenti e reintroduzioni, sia in aree venabili sia in aree
protette) e l’assenza di strategie di lungo respiro, non richieste dalle spinte
settoriali che di volta in volta si sono manifestate, hanno prodotto nel corso
del tempo un fenomeno indesiderato causato dagli animali selvatici che, ben
adattatisi a tutti gli ambienti, hanno acuito il conflitto di interessi, tra
cacciatori, agricoltori, ambientalisti e politici.
La storica massiccia presenza del cinghiale in Europa e l’impatto ad esso
riconosciuto sulle coltivazioni agrarie ha stimolato numerose esperienze di
ricerca applicata sul territorio in numerosi Paesi occidentali. I diversi studi
hanno dimostrato che, nelle aree ad agricoltura intensiva o negli ambienti
agro-silvo-pastorali, laddove vi è presenza del cinghiale esiste una costante
pressione sulle attività produttive che molti definiscono fisiologica. I risultati
indicano chiaramente quindi che, invece di prefiggersi un’improbabile
eliminazione dei danni, sarebbe piuttosto necessario minimizzarli e delineare
strategie territoriali specifiche finalizzate al raggiungimento di un punto di
equilibrio tra le esigenze antropico-sociali e quelle delle popolazioni animali
selvatiche. Come da tempo anche da noi segnalato (Esposito, 1998) i danni
provocati dal cinghiale non dovrebbero essere un semplice strumento di
distribuzione di fondi alle popolazioni residenti, ma dovrebbero essere
considerati dal mondo agricolo come una componente intrinseca degli agroecosistemi
con cui è necessario convivere.
Raggiungere però l’equilibrio conflittuale non è cosa facile, in particolare nei
paesi a forte industrializzazione e indice di urbanizzazione. In queste
condizioni è sempre più necessario individuare strategie gestionali
complesse che mirino alla riduzione dei danni e all’accettazione del prelievo
fisiologico. Qualunque strategia deve essere strutturata su di un processo
metodologico ordinato e costante basato sulla raccolta dei dati (storici e
attuali) relativi alle differenti aree interessate dai danneggiamenti accertati
(sia in aree protette che ffuori), oggetto di prelievo venatorio o di gestione
conservazionistica.
La gestione di una specie e della popolazione insistente in un determinato
territorio non può prescindere dalle interazioni che questa instaura con
l’intera biocenosi presente nello stesso ambiente, incluso l’uomo e le attività
ad esso connesse.
Prima di proporre qualsisia azione gestionale indirizzata al controllo di una
specie, è indispensabile effettuare uno studio preliminare, storico ed attuale,
teso a descrivere lo stato della popolazione cui si fa riferimento definendo la
sua dimensione, la sua distribuzione e la sua struttura.
Quanto affermato è valido, in linea teorica, per tutti gli esseri viventi e può
essere applicata anche ad una popolazione di cinghiale.
I metodi di stima dei parametri di popolazione diversificano tra di loro in
funzione della specie e degli ambienti che li ospitano, così l’efficacia
massima del metodo e della tecnica scelti dipendono dalle diverse
caratteristiche ambientali (diversa copertura del suolo, tipo di ecosistema e di
habitat) valutate nella loro intera complessità in funzione di ciò che si vuole
indagare (Massei & Toso, 1993):
– Nelle aree di pianura o in aree con scarsa copertura forestale viene
preferito il conteggio delle orme degli animali (foto 46 e 47). Tale
tecnica, che non permette di stabilire il sesso e quindi la sex ratio della
popolazione, fornisce informazioni poco dettagliate e deve essere
effettuata o su terreni innevati (il giorno successivo alla nevicata)
oppure su terreno soffice dopo una pioggia.
– Nelle aree fittamente boscate ma con buona presenza di radure è
possibile utilizzare il metodo del conteggio diretto degli animali. Con il
conteggio diretto è possibile effettuare una buona stima quantiqualitativa
degli individui che compongono le popolazioni con la
possibilità anche di censire i verri adulti che frequentano saltuariamente
le aree di osservazione. La conta può essere effettuata da postazioni
sopraelevate (figura 1, altane) situate in radure con buona visibilità e
nelle quali siano stati predisposti siti di foraggiamento (governe) per
attirare gli animali.
– Nei boschi fitti ed estesi l’unica tecnica possibile è quella della battute su
aree campione. Il sistema per battuta ha la necessità di essere
effettuato utilizzando un gran numero di uomini e cani e gli viene
riconosciuto il merito di identificare le popolazioni segregate o già note
all’interno di aree circoscritte.
La regolarità della raccolta dei dati e il confronto degli stessi costituiscono un
operazione nota come monitoraggio. La validità del monitoraggio dipende
dalla continuità della raccolta dei dati che rende possibile il confronto tra i
diversi anni e le diverse stagioni, aspetto fondamentale per ottenere
informazioni vicine alla realtà e condiziona le scelte gestionali da adottare. La
costruzione delle serie storiche costituiscono una base indispensabile per
evidenziare le tendenze evolutive dell’impatto della specie sulle risorse
naturali e coltivate. Per la raccolta dei dati è necessario approntare una
scheda completa ed accurata che includa i dati relativi a tutti gli eventi di
danno precisamente localizzati avvalendosi del metodo di
georeferenziazione (rilievo delle coordinate geografiche mediante un GPS).
Il costante controllo della distribuzione geografica e dell’entità dell’impatto
provocato dal cinghiale costituisce un aspetto essenziale per approntare una
strategia di gestione finalizzata alla riduzione del conflitto tra l’uomo e
l’animale. La conoscenza accurata del fenomeno “danno” permette, infatti, di
effettuare interventi mirati di prevenzione e, se abbinata al monitoraggio delle
dinamiche di popolazione, consente di definire le densità-obiettivo compatibili
con le attività agricole.